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giovedì 9 aprile 2020

La (mia) vita DOPO il Coronavirus

Molti sono i post, in questi giorni, che parlano su come affrontare la quarantena, su cosa cucinare, su che esercizi fare, su come rilassarsi, su come affrontare l'ansia, su come convivere al meglio col proprio partner o - per chi ne ha - coi figli, a volte troppo piccoli per comprendere a pieno ciò che sta succedendo. Io invece penso - sempre più spesso e costantemente - a come affrontare la vita quando questa quarantena, o "lockdown" come va tanto di moda, sarà finita.

Nella "normalità" di ogni giorno mi svegliavo alle 7.00 pensando a come avrei affrontato le circa 12 ore, tra spostamenti e lavoro, che avrei passato fuori casa, aspettando, con ansia estrema, il momento in cui sarei tornata esattamente li dov'ero: a letto. Ho sempre adorato dormire, ne ho sempre avuto estremo bisogno, e ho sempre adorato stare a casa, non mi è mai pesato convivere e dividere ogni istante del mio tempo col mio compagno, anche perchè altrimenti non me lo sarei scelto, non avrei mollato casa e famiglia per raggiungerlo, e non sarei di certo rimasta qui (ormai da quasi sei anni).

Quindi, quello che mi chiedo, ogni giorno è, esattamente, come farò a riabituarmi ad alzarmi alle 7.00 ogni giorno, a dover fare un percorso di circa un'ora e mezza per andare a lavoro e tornare, in mezzo a gente sconosciuta, sporca, spesso puzzolente, invece che alzarmi alle 8.45, fare il percorso dal letto al bagno, dal bagno alla cucina, dalla cucina alla scrivania, aprire il pc ed essere già a lavoro. E poi, alle 18.30, spegnere il pc, andare dalla scrivania al soggiorno, abbracciare il mio compagno, leggere un libro, cucinare, fare esercizi fisici, aspettare la cena e poi vedere un film con lui senza l'ansia del dovermi svegliare prestissimo l'indomani, invece di spegnere il pc alle 18.30, scendere dall'ufficio, aspettare il bus - quando va bene dai 5 ai 10 minuti e quando va male dai 15 ai 30 - arrivare all'ultima fermata, fare altri 10/15 minuti a piedi, rientrare a casa alle 20.00, mangiare ed essere già troppo stanca per godermi anche quelle due ore che mi separano dal letto, per stare col mio compagno.


Farò. Farò perchè se non ci fosse questa quarantena, avrei potuto salutare la mia adorata zia Nella, quando stava male, avrei potuto - neanche un mese dopo - salutare la mia adorata Nonna, nel suo ultimo viaggio, per il quale non è stato potuto neanche farle il funerale, un bel funerale in pompa magna, come lei avrebbe voluto. Avrei potuto abbracciare mia madre, festeggiare il compleanno di mio fratello, ormai prossimo. Stringere i miei cugini in un abbraccio vero, per piangere con loro la perdita di Zia e Nonna. Farò, perchè saprò che nessuno dei miei cari rischia di ammalarsi e morire da solo, perchè io stessa non rischierò di essere isolata e da sola, per una malattia assurda, pericolosa, subdola. 

Farò, perchè la vita, anche quando sembra terribile, è bellissima, e va apprezzata, sempre, in qualsiasi momento. La apprezzo ora, che sono al sicuro, nel pericolo continuo esterno, e posso godermi, nel paradosso in cui tutti vogliono tornare ad uscire da casa, la casa e ciò che ho dentro la stessa. 

Farò. E la prima cosa che farò sarà andare in Sicilia, passare da casa della Nonna, piangere, poi andare al cimitero, e festeggiare abbracciandomi con tutti coloro che insieme a me, hanno sofferto questa lontananza, più di ogni altra cosa, in un momento in cui tutti, avremmo voluto essere vicini.

martedì 20 marzo 2018

Abbi sempre paura delle cose...

Mia madre è una persona ansiosa. Della serie che l'altro giorno l'ho chiamata per darle il buongiorno, come faccio spesso durante il weekend. L'ho richiamata dopo un'ora all'incirca per chiederle una cosa, e mi ha risposto così "Che è successo?" col fiatone. Sono rimasta un attimo al telefono come a cercare di capire che avesse. Le ho detto "mamma, che hai, che deve essere successo?" e lei "niente, mi avevi già chiamato e mi sono messa molta paura".

Ecco questa è mia madre, una che ti saluta e ti dice "abbi sempre paura delle cose..." di tutte le cose! Quindi capirete bene come possa essere venuta su io. Sono una che ha l'ansia addosso. Che ci vive, che ci convive, per meglio dire, ogni giorno della sua vita.

Il mio fidanzato ride, perchè spesso, dovunque andiamo, io mi guardo intorno e dico "questo posto mi da ansia, quella scritta mi inquieta, questa cosa mi fa sentire a disagio..." e così via. Così ieri mi fa "perchè non te le segni, tutte le cose che ti inquietano e ti fanno venire l'ansia? Vedrai che la lista è davvero lunga". L'ho guardato e gli ho detto che aveva ragione, che era una idea geniale. Poi magari qualche bravo psicologo leggerà il mio post, e mi dirà di che disturbo ossessivo-compulsivo soffro esattamente.

E quindi ecco un elenco, cercherò di non farlo troppo lungo, di tutte le cose che mi danno ansia:

1) Addormentarmi col buio, se tutti già dormono e c'è molto silenzio. Io ho una paura del buio profonda, radicata, probabilmente inguaribile. Abbiate pietà di me.

2) La pioggia forte. E non parliamo dei lampi e dei tuoni.

3) Le scritte illuminate degli Hotel o dei Motel anni 70. Ce n'è una al Pigneto, in alto su un palazzo enorme, che si vede solo a distanza di chilometri. Sarà messa li chissà da quanto, ma, a parte che è brutta da morire, mi spiegate a che serve?

4) San Lorenzo, e le sue case. 

Va bene, su questo 4° punto faccio una pausa e do una spiegazione. Io vengo da Palermo, come molti di voi sanno, e abito proprio nel quartiere di Palermo che si chiama San Lorenzo. Che è tutta un'altra cosa rispetto al San Lorenzo di Roma. A Palermo, il quartiere San Lorenzo, è circondato da ville, è pieno di verde, ha tutte case più o meno piccole e basse e l'ambiente ricorda più quello di un paese che di un quartiere di città. Conosci il fornaio, il salumiere, il macellaio, il fruttivendolo e a loro volta si conoscono tutti tra loro.

San Lorenzo, a Roma, invece, è grigia, fatta di palazzoni, circondata dalla circonvallazione fumosa e carica di smog, con l'aria irrespirabile, una piccola città dove non conosci nessuno, dove non c'è il fruttivendolo che ti vende sempre la frutta fresca, ma piuttosto il bangla aperto 24h no stop, che dico, ma povero cristo, ma lasciatelo andare a dormire, no?
E' un quartiere dove - dal mio punto di vista di paesana del sud - ci vivono quei ragazzi abbandonati che non hanno famiglia a Roma e vengono qui per studiare: che non mangiano, forse a mala pena dormono. Questa storia degli studenti fuori sede in una casa provvisoria mi riempie d'angoscia, e quindi San Lorenzo è un quartiere che mi da ansia.

5) Gli autobus vuoti di sera. (Dai, a chi non inquietano un po'? Poi se c'è una persona sola ancora peggio.)

6) I Bar sulle strade statali dove se mangi poi muori. Dove se va bene trovi i panini col prosciutto secco, dell'anno scorso. 

7) Gli enormi ristoranti dispersi sulla Salaria, sempre vuoti. In particolare quello che si becca circa al km 40 che ha un'enorme aragosta davanti al portone di ingresso. Mi chiedo chi possa avere tanto coraggio da andare in un posto del genere, in cui sembra esserci sempre una nuvola cupa e tetra anche quando tutto intorno splende il sole. C'è anche la piscina, ma è in uso? Si vede solo da lontano qualche ombrellone sempre chiuso e scosso dal vento.
Non potete capire la tristezza che mi fanno questi posti. 

8) L'affitta camere rosso fuoco che c'è a Monteverde. Avete presente? Quella vicino al Momò. Dai, Dario Argento, probabilmente si è ispirato a quella scritta per fare Profondo Rosso.

Probabilmente domani passerò davanti casa di qualcuno, davanti a qualche palazzina o in qualche strada sterrata, e troverò qualcos'altro di molto, molto angosciante e inquietante. Sono una persona malata, ma se anche a voi, qualcosa scritta sopra inquieta, ditemelo! Mi sentirò meno sola. 




venerdì 15 dicembre 2017

Come (non) sono diventata un ingegnere

Difficilmente parlo di me, di fatti personali o di avventure fantastiche che risalgono alla mia vita precedente Roma. Ma ieri sera - davanti a due kg di sashimi - ho fatto una promessa ad una mia amica. Io avrei scritto questo post e lei ne avrebbe scritto uno su una sua fantastica - e assurda - avventura. Quindi mentre aspetto di leggere il suo, mi accingo a mantenere la mia parte di promessa. 

Come qualcuno di voi saprà, io stendo sempre un velo pietoso sulla mia carriera universitaria, sia perchè ci ho messo una vita, sia perchè ci ho rimesso la salute. Non tornerei a studiare neanche se per farlo mi pagassero e - davvero - ho una stima profonda di coloro che riescono a studiare e a cui piace farlo. Io non sono così, ho sempre vissuto la scuola come una tortura. Vi direte che ero sicuramente una di quelle scarse che venivano bocciate, invece non lo ero affatto, ma se essere un po' intelligenti basta alle elementari, alle medie, e perfino al liceo classico, all'università questo non basta. Specialmente in una facoltà come ingegneria. Ci vuole spirito, forza d'animo, impegno e costanza. Tutte cose che io, lagnusa (per capire cosa significa leggere qui...) come sono, tendenzialmente non ho mai avuto. Almeno per lo studio. Al contrario, quando mi mettevo a fare qualcosa di pratico o lavorativo (venendo pagata, per quanto poco) davo il massimo di me. E' per questo che dopo 8 anni (si, avete letto bene) di vita sprecati a fare la triennale di ingegneria, quando mi è stato chiesto "ma fai la specialistica?" mi sono fatta una sana e grassa risata. E dopo un anno di lavoro e un gruzzoletto, ho fatto armi e bagagli e ho lasciato la mia città per Roma. 

Ad ogni modo, ripensando a questa carriera, ieri, mentre parlavo con la mia amica, ho dato le tre motivazioni per cui non sono riuscita a laurearmi in tempo. La prima, come detto su, è che ero fondamentalmente lagnusa. Il primo anno ho dato solo una materia e consideravo che bastasse leggere una pagina di un libro ogni tanto per prepararmi per gli altri esami: in pratica, ho preso un anno sabbatico, ma considerando che avevo fatto la primina, e quindi ero uscita dal classico con 18 anni freschissimi, mi sono detta che non era nulla di grave. La seconda è che avevo accanto una persona che anzichè invogliarmi e dirmi che ce la potevo fare, mi buttava giù. Essendo lui un fallito, non mi stupisce la cosa, adesso. Ma allora ero piccola, stupida, e pensavo che gli altri fossero tutti migliori di me. La terza, e soprattutto è stata la terza, ho beccato lo scoglio, e non sono riuscita a superarlo (per un sacco di tempo). Ed è questo scoglio l'argomento del post: il mio esame di matematica 1. Nelle altre facoltà conosciuta e nota come "analisi matematica 1". 



Mi ero incaponita a non voler andare dalla professa a ricevimento, perchè ero convinta che lei non mi facesse passare l'esame perchè a sua volta si era incaponita verso di me (ed un po' era vero). Ho dato l'esame così tante volte che ho perso il conto, disperatamente mi presentavo ad ogni appello finchè - avendo dato tutte le altre materie per cui questa non era propedeutica - ho pensato che non avrei più potuto continuare. Ho pensato di mandare tutto a fanculo, di buttare alle ortiche anni di fatica... e beh, ho pensato di fare qualsiasi cosa, piuttosto che continuare a provare a superare una cosa che non avrei mai potuto superare. Non mi importavano le suppliche di mia madre di tornare sui miei passi. Io, quando mi ci metto, sono più testarda di un mulo, motivo per cui quest'occasione fu una delle poche, forse l'unica occasione, in cui mia madre e mio padre si allearono alle mie spalle.

Mia madre convinse mio padre ad andare a parlare con la professoressa per capire quale fosse il problema, e, come quasi sempre accade, la professoressa cadde preda del fascino di mio padre, tant'è che non fu necessario usare - come preventivato nel caso in cui la mano buona di mio padre non avesse funzionato - quella cattiva (e non vi dico quanto cattiva) di mia madre. 

Così, presa alla sprovvista da mio padre che mi supplicò di non fargli fare una figura di merda con la professoressa, andai a ricevimento, ma non un paio di volte. Se dovevo fare una cosa di cui non avevo la minima voglia, la dovevo fare a modo mio e scassando i cabbasisi alla prof. il più possibile. Così mi presentai ogni giorno alle 9,00 nel suo studio per un mese di fila fino all'esame. Il giorno dell'esame il mio nome inizialmente non fu annoverato tra quelli che passarono. Dopo una pausa di circa un minuto, in cui io ero già morta, seppellita, col funerale fatto e l'epitaffio scritto sulla lastra di marmo, disse che ero passata anche io con QUASI SUFFICIENTE. Non potrò scordare mai la faccia che fece dicendo il mio nome in ritardo (e ve la lascio immaginare) 

Venne il giorno dell'orale, a Palermo soffiava il Phon. Il vento caldo e sabbioso del deserto. Di solito con 45 °C e il cielo giallo denso di sabbia, non si esce di casa. Io invece ero a sciogliermi e tremare al tempo stesso per fare il mio beneamato esame orale di matematica. Non ero mai arrivata a quel punto.

La professoressa mi chiese delle cose che era certa che io sapessi e poi guardò il mio libretto. Nel vedere il 30 in fisica 1, mi chiese se per caso ce l'avessi con lei per qualche motivo. La guardai con tanta voglia di ucciderla, ma dissi un diplomatico "ma no professoressa, affatto" e mi diede 24. Nel frattempo, a casa, mia madre aveva finito circa tre kg di ciliegie, facendosi venire un cagotto potente e trattenendo a stento l'infarto.

L'incubo era finito. Dopo quell'esame mi laureai, tesi compresa, in un anno e mezzo. Dando circa 10 materie nel tempo in cui non ne erano previste più di 7.

Ed ora faccio la segretaria, bella svolta, eh?

lunedì 28 agosto 2017

Vivere... obiettivo post rientro!

Il rientro dalle ferie è sempre traumatico. Ogni anno scrivo un post in cui racconto tutto il mio disagio. Quest'anno però - ve lo giuro - è l'anno peggiore. Voi direte: perchè? dove sei stata? che avrai fatto mai? e mi crederete se vi dico che non è affatto per dove sono stata, ma per "come"? Beh, che ci crediate o no, è per quello, per quello e perchè a differenza degli altri anni, i giorni di vacanza sono stati limitati a 15 (avevo già preso ferie a giugno e non potevo averne di più). 

Sono tornata a Roma il 20 agosto e credetemi se vi dico che per strada non c'erano neanche i lavavetri. Nessuno, la morte, il deserto, la pace. Forse Roma è perfino vivibile, ma appena ho aperto il finestrino della macchina mi è mancata l'aria. Dopo 15 giorni di aria assolutamente pulita, dopo la natura, il lago, il ruscello, le volpi, il tasso, ed il mio meraviglioso gatto montenerino, arrivare in città e sentire la puzza stomachevole di scarico e di immondizia è stata una pugnalata in pieno petto.

Ormai lunedì scorso, sette giorni fa, sono rientrata a lavoro. I mezzi sono anche piacevoli, deserti, vanno veloci con poca gente e fermandosi poco alle fermate, se non fosse che mettono l'aria condizionata che nemmeno a luglio. Alle 8 del mattino, sul tram si vedono già Jon Snow e Tormud che ti salutano e ti danno il benvenuto al Nord oltre la barriera (solo per intenditori...questa) ed in ogni caso, non sai mai nè se parti, nè se arrivi. Quel brivido dell'imprevedibilità che ti danno i mezzi pubblici di Roma non manca mai.

E vabbè, scendo dal tram che sono più congelata che viva, ma scendo in tempo pur uscendo più tardi del solito da casa (e questa, per una malata di sonno come me, credetemi, è una cosa impagabile). 

In effetti potrebbe sembrare quasi che non sia stato così traumatico tornare in città, ed invece la notte non si dorme, ho sempre i vicini alle 5 che urlano (puntualmente, e qualche volta o mi metto ad urlare pure io o sparo), fa caldo, i cani che abbaiano e che fanno la cacca praticamente dietro la finestra facendomi arrivare parfum de merd da mattina a sera, mentre in vacanza respiravo odore di quercia e terra, erba tagliata fresca, neanche l'odore di concime, che non è neanche poi così sgradevole, c'era. Sentivi le cicale fino alle 20,00, poi i grilli fino alle 4,00. Poi toccava agli uccelli che annunciavano l'alba e infine il gallo alle 8,30 e di nuovo a mezzoggiorno, e se non ti mettevi una sveglia e restavi in quel buio e con quei suoni potevi dormire anche 48 ore di fila. E poi il cibo, mi manca avere il tempo di cucinare quel che mi pare, di andare a mangiare sul lago, di fare le grigliate con gli amici, mi manca essere serena, a casa, con tutto il tempo per me stessa e nessun momento per pensare allo stress.

E ho capito, durante questa vacanza, che abbiamo così poco tempo per stare bene che dobbiamo prendercelo con tutte le forze, godercelo, perchè poi se no della vita non ci resta che la fatica di aver fatto tanto per non ottenere assolutamente nulla in cambio. 
Sono tornata, e con me è tornato il mal di testa che mi aveva accompagnato per quasi un mese di fila prima che andassi in ferie, sono tornata a tutta la tensione è risalita sui miei muscoli contraendoli tutti all'altezza del collo. 
L'obiettivo di quest'anno quindi per me sarà trovare tempo - senza sensi di colpa - per fare delle cose belle e che mi fanno stare bene, dovrò curarmi, curarmi nel senso stretto della parola, aver cura di me. Dovrò fare fisioterapia, voglio vedere posti, voglio stare bene con me stessa e non aver rimpianti, d'ora in avanti e per sempre.

E' questo il mio obiettivo. Vivere la vita. E vi auguro di farcela insieme a me.

lunedì 1 agosto 2016

Sono una ragazza ANSIA & SAPONE!

Sono mesi che riesco a scrivere sempre meno, l'ultimo mio post infatti risale al mio trentesimo compleanno ed è stato quasi d'obbligo. Non che non abbia cose da dire, comunque, semplicemente mi ritrovo ad avere poco tempo per me, poco tempo in cui, come adesso, posso scacciare dalla mente le ANSIE... 
No va beh, scherzavo. Io non posso scacciare da me le ansie praticamente mai, io vivo d'ansia. Pensate che l'altra volta ho ripetuto la parola ansia in una stessa frase per tre volte e alla domanda successiva del mio fidanzato ho risposto "no, mai, che ansia". Subito dopo sono scoppiata a ridere perchè mi sono resa conto da solo di quanto fosse assurdo.
Ma è vero: io ho l'ansia. Ci convivo e ci vivrò per sempre e sicuramente andrò a peggiorare e quindi ecco la classifica delle dieci cose che mi danno più ansia (non in ordine di importanza o di livello d'ansia che mi trasmettono, ovviamente).
1) Il buio, io odio il buio, ho paura, lo detesto, quindi devo addormentarmi con almeno un filo di luce, e se c'è qualche rumore in sottofondo che mi indica che c'è qualcuno sveglio che mi protegge è anche meglio.
2) Le strade vecchie delle città. Sapete quelle strade strette strette che i balconi di fronte quasi si toccano gli uni con gli altri? Li dove è tutto grigio e di pietra fredda, i tetti alti, gli androni con l'eco. Quelle strade mi mettono tremendamente ansia.
3) La campagna, specie quella silenziosa e abbandonata, io in campagna o in montagna (è uguale) non potrei viverci mai.
4) Mi da l'ansia essere in ritardo, sempre, qualsiasi sia l'appuntamento e allo stesso tempo mi da ansia chi mi mette fretta nel prepararmi. Se mi si da un orario io riesco a calcolarmi perfettamente, ma poi non mi si deve mettere fretta. Se l'orario cambia in corso d'opera non è colpa mia.
5) Mi da ansia, sempre, terribilmente partire e fare le valigie, soprattutto se parto con l'aereo...e io parto sempre con l'aereo, quindi ho sempre l'ansia. Ansia di arrivare tardi, ansia che mi imbarchino la valigia, ansia che il volo venga spostato o addirittura cancellato (forse perchè mi è successo più di una volta e ormai c'ho il trauma). ANSIA ANSIA ANSIA.
6) Mi da ansia stare da sola, non riuscirei mai a vivere da sola, quindi prego di riuscire ad avere almeno due figli (tra circa anni imprecisati) e mi facciano tanti nipoti che mi amino immensamente. 
7) Mi danno l'ansia quelli che sui mezzi (potevo non citarli visto che oramai sono talmente imparanoiata che dico bus quando voglio dire panino!?) ti vedono salire, e ti vedono che sei bloccata davanti alla porta, schiacciata come una sardina, che a stento respiri eppure vengono comunque li a chiederti "Scusi, scende?!" Ecco, su questi mi concederò una piccola parentesi e deviazione di tema: ma è mai possibile che io mi "scafazzo" contro la panza sudata di un tizio, rischiando il colera e altre 568879 malattie infettive, solo per una cazzo di fermata? No dico, ma quale deficiente lo farebbe?! Io no, e sicuramente mai nella vita. Vorrei tanto rispondere: NO, NON SCENDO, SONO APPENA SALITA E TU NON PUOI PASSAREEEEE. Magari faccio pure una folgore in pieno stile Gandalf e dico agli altri dietro di me "FUGGITE SCIOCCHI!" Che ansia!
8) Mi da ansia mia madre, ma non perchè faccia qualcosa. Io amo mia madre, ma se ho l'ansia, è perchè lei ha l'ansia. E dunque quando ho l'ansia sentire lei è come uno con il diabete che si mangia una cassa intera di zollette di zucchero. "Mamma ho un pò di mal di testa" - "Ah, e te la sei fatta la visita? il medico che ti ha detto? te la sei presa la buscofen? ma è forte? Prenditi l'ANTIBIOTICO che ti passa tutto."
Anche su mia madre devo fare una parentesi. Avete presente il film "il mio grosso, grasso, matrimonio greco"? Dove il padre di lei cura tutto col vetrix? Ecco, mia madre cura tutto con l'antibiotico. "Mamma ho un pò di influenza" - "prenditi l'antibiotico". Che poi io di medicine, meno ne prendo e meglio è visto che soffro di gastrite cronica (chissà come mai eh?).
9) Mi danno ansia i bambini. Io tendenzialmente non piaccio ai bambini, e io di loro ho un pò di paura perchè non so mai come prenderli e come rapportarmici. Probabilmente con il tempo, con figli miei, questo cambierà, ma al momento quando devo avere a che fare con bambini, mi viene l'ansia.
10) Le case vecchie mi danno l'ansia. Avete presente quelle case in perfetto stile anni 50, ma non di classe, che hanno quell'odore di cose antiche, ma non un odore buono, quasi un odore di muffa, difficile da sopportare, coi muri tutti bianchi, la cucina coi fuochi vecchia di mille anni, gli sportelli rovinati, mai cambiati, e le stanze da letto con il letto in ferro battuto e i lumini sui comodini o quei tremendi armadi con gli specchi sul legno antico e lucido. Vorrei morire, quando entro in case così. 
LASCIATEMI STARE, HO L'ANSIA.

venerdì 26 febbraio 2016

Io e la mia gastrite.

Si dice che la gastrite sia la malattia delle persone buone. Se è così allora io sono veramente buonissima, dato che ogni mese mi viene e mi viene anche forte. Sono stata a lungo senza scrivere e non perché mi mancassero le fonti di ispirazione ma perché non ho avuto seriamente il tempo materiale. Vi starete chiedendo che lavoro faccio, starete pensando che sono executive (che oggi fa tanto fico) di chissà quale multinazionale, e invece no: faccio la segretaria per un sindacato. Non mi lamento affatto benché mi sia fatta quasi venire l'ulcera per laurearmi in ingegneria. Perché si, è allora che ho cominciato ad ammalarmi. È stato quando ho dovuto fare lo stesso fottuto esame tante volte che mi vergogno perfino a dire quante, che ho iniziato a cambiare, che ho iniziato a perdere quella sicurezza che a tratti mi faceva diventare sbruffona. Sono regredita, sono diventata timida, quasi insicura e non solo nell'ambito dello studio ma anche nel rapportarmi con le persone. Ma la mia frustrazione l'ho sfogata su me stessa, e questo evidentemente è quello che fanno le persone buone, che non vogliono problemi con gli altri. Non fraintendetemi, non trovo affatto che sia un complimento! Mi piacerebbe molto di più essere un po stronza che contorcermi dai dolori ogni due mesi non appena succede qualcosa che mi manda sotto stress. 
 
Pensavo che con l'Università se ne sarebbero andate anche la gastrite, la cistite e tutte le malattie psicosomatiche di cui soffro (sì perché solo la gastrite sarebbe anche bello!) e invece prima ho trovato un lavoro a Termini Imerese (a circa 100km di Palermo) in un capannone coi topi e poi mi sono trasferita a Roma. Nel periodo in cui sono rimasta disoccupata stavo alla grande: niente dermatite (si, c'ho anche quella), niente gastrite (ho persino smesso di prendere il pantoprazolo, il mio migliore amico) niente cistiti, ero proprio un fiore. Ma una persona non può vivere senza lavorare, o meglio può se è figlia di Rockfeller, ed io non lo sono di certo. E quindi, per fortuna, ho trovato un nuovo lavoro. Come accennavo prima, faccio la segretaria. Qualcuno di voi penserà "ma quale stress può avere una segretaria?". Vi faccio presente che era quello che pensavo anche io ed era anche uno dei motivi per cui ero felicissima di fare questo lavoro (il che può sembrare assurdo se una persona ha studiato una vita - come me - per laurearsi in ingegneria delle telecomunicazioni). Comunque ero positiva. Lo sono stata fino a quando non mi sono trovata qui. Anche la cosa più semplice diventa un tantino complessa se lo si fa con fretta ed ansia. Ed io con l'ansia sono una cosa sola.
Ed insomma: mi sono ammalata di nuovo e penso che sarà così per tutta la vita. La gastrite ormai è una parte di me e forse in fondo devo riconoscere il fatto che nel mio piccolo sono una persona buona.
 
 

giovedì 16 luglio 2015

Panico da mezzi pubblici e misofonia.

In questi giorni in cui il caldo è arrivato a livelli da infarto, prendere i mezzi pubblici è ogni volta un terno al lotto, e soprattutto, mette ansia. Mi capita di tornare tardi perchè in alcuni mezzi non riesco proprio a salire, a volte sono pienissimi e a volte manca l'aria condizionata, a volte sono pienissimi e manca l'aria condizionata insieme e quindi si muore.
E quindi ansia, tanta ansia che a volte si trasforma in panico. L'ansia di sentire troppa puzza di sudore, ma ancora di più, la paura di toccare qualcuno sudato, di prendersi qualche malattia. E dire, ragazzi, che io non sono per nulla ipocondriaca, sono una di quelle che è cresciuta sbucciandosi le ginocchia e mangiando con le mani sporche e non sono mai morta. Di anticorpi ne dovrei avere abbastanza per sopravvivere, ma certe cose mi suscitano veramente paura. Ad esempio: i pidocchi. I pidocchi, forse perchè non li ho mai avuti, mi mettono proprio paura. Al pensiero di poterli prendere tremo, ed è per questo che con il caldo, i mezzi pubblici dove spessissimo si vedono barboni, ma anche persone che pur avendo una doccia a casa hanno difficoltà ad usarla, diventano un luogo del terrore. Terrore che aumenta quando capitano scene come quelle che capitano a me, perchè io le sciagure le attiro come il miele attira gli orsi. 
E quindi vi racconto quest'ultima, ma faccio prima una piccola premessa: chi mi legge sa che soffro di una gravissima forma di misofonia. Mi da perfino fastidio il respiro pesante di chi mi sta accanto, tanto che a volte sono mossa dall'istinto di chiedere di smettere di respirare a quella determinata persona. Mi fermo perchè mi rendo conto che potrebbero anche denunciarmi per istigazione al suicidio. Ad ogni modo soffro terribilmente, da vecchia probabilmente diventerò una di quelle signore scassacazzi che al minimo rumore si mettono ad urlare e si lamentano di tutto. Per adesso mi limito a soffrire e lanciare occhiatacce, ma è anche vero che la gente sembra farmelo apposta. 
Così, qualche giorno fa, mi trovavo sull'autobus che prendo per tornare a casa, era l'ultimo tratto ed avevo miracolosamente trovato un posto a sedere; l'autobus aveva l'aria condizionata ed io, che ero ormai per più di metà sciolta, l'ho preso come un segno divino. Tuttavia non poteva mancare il rovescio della medaglia. La prima volta mi sento toccare i capelli. Mi tiro in avanti mi giro e vedo una mano allontanarsi; "Bene" mi dico. 
Dopo qualche minuto sento masticare; è un rumore che riesce a farmi perdere proprio il senno. Questo rumore ad un certo punto aumenta, tanto che me lo sento quasi addosso e sono costretta a girarmi. Non l'avessi mai fatto! Mi ritrovo una vecchia (credo che fosse femmina, ma non ne sono sicura), dalla pelle unta e bisunta, senza denti, che rideva e masticava la sua stessa saliva, praticamente coricata sul mio sedile. Mi guarda e ride. Lo confesso e forse un pò me ne vergogno, mi è salito il classico brivido di paura che viene quando vedi un maniaco che ti fissa, o un cane che ti ringhia addosso. Mi sono spostata, ma non mi sono tranquillizzata finchè non sono scesa dall'autobus.
A casa mi sono fatta una doccia di quelle che rischi di strapparti la pelle per quanto strofini, e il mio pensiero fisso era: mi avrà immischiato i pidocchi.
No, per fortuna non ho i pidocchi, ma sicuramente voleva mettermi paura per fregarsi il sedile davanti e coricarsi un pò, e c'è riuscita.




domenica 29 marzo 2015

Tutte pazze per le borse.


A tutte piacciono le borse, è innegabile, un po' come le scarpe o la Nutella, ma, da quando prendo i mezzi pubblici, ho scoperto una inconfessabile verità sulle nostre adorate borse: che siano accoppiate o meno alle scarpe, a bauletto o da shopping, di qualsiasi colore o marca, "la loro misura è direttamente proporzionale alla quantità di gente che c'è sul mezzo"
Vado ad esplicare: se sul mezzo c'è un botto di gente, le donne avranno borse giganti, se invece il mezzo è semivuoto si vedranno donne con borsette innocue e grandi quanto un portafoglio.
Se non mi credete vi basterà prendere i mezzi per una settimana di fila e vedrete che il teorema risulterà scientificamente dimostrato. Io che prendo i mezzi da un mese e mezzo circa, non ho più bisogno di dimostrazioni, ormai. Ho solo certezze.
E un'altra certezza è che: più è piccola la donna più è grande la borsa, e se una borsa sola non basta ne hanno due, a volte anche tre.
Un giorno ho visto una signora, probabilmente filippina, alta circa un metro e quaranta che aveva uno zainetto sulla schiena una borsa in una mano ed una shopping bag nell'altra e, credetemi, non stava andando a fare la venditrice ambulante.
Io stessa mi sono ritrovata ad avere due borse: una per le mie cose ed una per il pranzo. Io stessa ho avuto difficoltà per la grandezza della mia borsa, a volte mi sembrava troppo grande, a volte troppo piccola, una via di mezzo l'avevo trovata ma non sempre si accoppiava con ciò che indossavo.
E' anche vero però che una borsa grande è una salvezza a volte. Ti fa da scudo, ti protegge da quelli che si infilano e spingono a tutti i costi, dagli uomini con la panza che si sentono sarde e si mettono dietro di te senza accorgerti che con quella panza enorme ti spingono. Dai cretini che credono di potersi appoggiare nel tuo stesso angolo e invece no, c'è la borsa. E così via...
A volte penso che la soluzione migliore sarebbe uno zainetto, ma, oltre alla paranoia del furto, mi sono dovuta ricredere quando ho visto salire sul tram ragazzi e ragazze con gli zaini talmente grossi che sembrava stessero partendo per fare free climbing. 
Quindi no, se non si vuole uccidere qualcuno con lo zaino, decisamente meglio la borsa, meglio se messa in basso e meglio se di misura media. 
Ma sarebbe meglio ancora che l'unica borsa presente sul tram fosse la mia, sarei decisamente più felice.


mercoledì 25 marzo 2015

Cuore, batticuore... Mi è sembrato disentire "controllore" "controllore"

Nanaah.... Nanananaaah... 
In realtà c'è ben poco da cantare, anche se a qualcuno la botta d'adrenalina e la tachicardia potrebbero anche piacere!
Oggi infatti vi racconterò di come ho scoperto che timbrando il biglietto sull'autobus poi non dovevo farne uno nuovo in metropolitana.
Se pensate che sia stupida ricordatevi però che vengo da Palermo e li non ci sono i tornelli per entrare in metropolitana, anzi, non c'è neanche la metropolitana se proprio la vogliamo dire tutta.
Tornando al fatto, era una delle mie solite mattine, cielo sereno, e tutto in regola. Come di consueto, mi trovavo sull'autobus che dal Ministero mi porta alla mia fermata della metropolitana, con il biglietto non ancora timbrato chiaramente. Ero, come sempre, in posizione tattica, vicina alla macchinetta per timbrare il biglietto, sempre prontamente a portata di mano, e vicino al finestrino che dava sulla fermata. 
Ad un certo punto, in lontananza vedo due uomini vestiti uguali in quella che evidentemente era una divisa. Ho cominciato a tremare, a sudare freddo e a soffrire: mancava una sola fermata prima della metropolitana e dovevo bruciare 1,50 € di biglietto. Mi piangeva il cuore, ma, se non l'avessi fatto, a piangere sarebbero state le mie tasche. Così prontamente allungo la mano e timbro, un attimo dopo l'autobus si ferma e salgono due graziosissimi netturbini, che io, non so come, avevo scambiato per i controllori. 
La tachicardia c'ha messo un pò a svanire, anche perchè a quel punto avevo in mente di imbrogliare alla metropolitana e passare con qualcuno, senza fare il biglietto, tanto avevo quello appena timbrato.
In ogni caso, mentre facevo i miei piani diabolici, mi sentivo una vera idiota per aver scambiato netturbini con controllori ed essermi fatta prendere totalmente dal panico, ma avevo deciso di non rinunciare alla mia clandestinità.
Chi mi conosce sa quanto in realtà io non sappia essere "avventurosa" o "impavida". Sono una persona piuttosto semplice e amo le cose fatte bene e in regola, arrivo puntuale, o se possibile in anticipo, odio fare aspettare e soprattutto odio gli imbrogli. A questo si aggiunge il fatto che sono per natura maldestra. Fate due più due e immaginatevi come avrei potuto fare a passare dai tornelli senza usare il biglietto.
Ed infatti non è successo: arrivata al tornello, la gente che ero intenzionata a seguire per passare velocemente senza il biglietto, andava troppo svelta. Non facevo neanche in tempo a puntare qualcuno che questi era già dall'altra parte. 
Così, pregando che per qualche malsano guasto il tornello mi facesse passare lo stesso, ho infilato il biglietto già obliterato sul bus e ***MAGIA*** la spia si è accesa di verde ed il passaggio si è aperto, facendomi entrare in metropolitana. 
Ero così esaltata e convinta di aver fregato le istituzioni, così sicura di aver scoperto un bug del quale poter approfittare, che, parlando sottovoce, ho chiamato il mio fidanzato. 
Questi, forse perchè non lo sapeva neanche lui, o forse perchè non voleva rovinare quel mio momento adrenalinico e avventuroso, non mi ha detto nulla del fatto che il biglietto timbrato sul bus può essere usato per una singola corsa in metropolitana (entro l'orario stabilito dalla prima timbratura).
Quindi sono rimasta convinta di questo fin quando, davanti ad amici, il mio fidanzato non mi ha chiesto di raccontare la mia avventura, e così ogni mio sogno di complotto e spionaggio è andato in frantumi. I miei amici con un sorriso mi hanno fatto presente che è normale, e che potevo sempre fare il biglietto prima di salire in metro.
Da quel momento è finito il mio brivido. Non provo più il timore di essere scoperta e non c'è più nulla di avventuroso nel mio affrontare il cammino da casa a lavoro ogni mattina, se non consideriamo ovviamente le scolaresche, le puzze, la gente vestita di merda e quelli che mi guardano male, masticando chewingum nel mio orecchio. Niente, adesso faccio il biglietto subito e mi seggo, tranquilla e serena, aspettando solo di raggiungere la mia fermata...che vita!